La Verona in cui credo: un manifesto contro l’isolamento

La Verona in cui credo: un manifesto contro l’isolamento

Qualche mese fa uscì sul giornale online Il Post un articolo dal titolo “Verona, dove comanda l’estrema destra”. È un ritratto piuttosto sconsolante della mia città, non tanto per l’aspetto politico della vicenda, quanto perché mette in luce una lunga lista di episodi e situazioni che rendono Verona una città precorritrice dell’incattivimento che oggi coinvolge tutta la società europea e, in ultima istanza, ciascuno di noi.
Sono situazioni che chi viene da Verona conosce benissimo. L’intolleranza per l’altro, per lo sconosciuto e per ciò che è diverso si manifesta a molti livelli, dai discorsi di casa, alle scritte per le strade, alle scelte delle amministrazioni locali.

Questo non significa che a Verona siano tutti razzisti. Non significa che le amministrazioni locali non siano capaci. Non significa che la società veronese sia pervasa dal fascismo. Ma negli anni si è creata una scala di valori rovesciata. C’è un basso livello di tolleranza per l’alterità e un alto livello di tolleranza per i comportamenti aggressivi e discriminatori.

Il Tocatì, grande manifestazione culturale a Verona. Durante il Tocatì 2017 fu annullato un evento contro le discriminazioni dopo le proteste di alcuni gruppi integralisti cattolici. [Credits: pcdazero on Pixabay, CC0]

Nel circondario di Verona è familiare assistere ad atteggiamenti apertamente xenofobi o omofobi, è familiare tollerare le scritte naziste o antisemite sui muri, è familiare concepire la politica come una forma di lotta asservita al clientelismo. Immagino che siano situazioni abbastanza diffuse anche in altre province d’Italia, ma a Verona questa è solamente la facciata di un fenomeno ben più profondo. Il connubio tra politica locale e le pulsioni individualiste, in particolare, ha innescato negli anni un meccanismo di legittimazione circolare. Da una parte i comportamenti individuali normalizzano una politica di sopruso e di prevaricazione, dall’altra le scelte della politica garantiscono cittadinanza all’odio.

Ovunque voi andiate a Verona o in provincia, sentirete storie simili. I manifesti elettorali di alcune liste civiche – a quanto pare scomode – sistematicamente strappati o coperti dai militanti di qualche partito nazionale, i piccoli favori ottenuti da alcune associazioni – e non da altre – anche nei piccoli comuni, i fondi regionali che vengono assegnati solo alle amministrazioni vicine a certi potenti politici locali. Le intimidazioni, personali e lavorative, verso chi attua delle scelte non allineate. Senza parlare dei meccanismi perversi che dominano la stampa locale, che si dice imparziale, ma spesso imparziale non è.

Le scritte apparse in un parco giochi in provincia di Verona, nel 2016.

Chi ha fatto un po’ di attività politica a Verona, chi si è mai rapportato con i giornali e le televisioni del territorio, chi ha mai gestito le attività di un’associazione di promozione culturale e sociale, chi si è speso per una qualche causa interfacciandosi con le amministrazioni capisce benissimo di cosa sto parlando. Sicuramente da fuori fanno più notizia le aggressioni di stampo fascista o i casi di cronaca più rilevanti, ma il problema è molto più ampio, pervasivo e trasversale, tanto da coinvolgere, in non pochi casi, anche esponenti della sinistra e, in misura non minore, la vita quotidiana di tutti.

Verona, e più in generale il Veneto, è una terra di forti contraddizioni. All’egoismo e all’individualismo di noi tutti si contrappone un forte senso di solidarietà, con un tasso di volontariato attivo tra i più alti d’Italia (quasi il 18% secondo un’indagine ISTAT nel 2014). Alla repressione quasi metodica della cultura sociale si accompagna una valorizzazione del patrimonio artistico e architettonico e delle tradizioni locali. Alla promozione del territorio si affianca una deturpazione indiscriminata dell’ambiente. Lo sviluppo artigianale e industriale affonda le proprie radici in una fitta rete clientelare e familiare, che non stimola ricerca e innovazione. E alla visione imprenditoriale si sovrappone una avida mentalità contadina e risparmiatrice: cioè che è mio, è mio.
A Verona ognuno ha la propria casa, il proprio giardino e il proprio recinto, possibilmente affacciato sulla via principale del paese.
C’è ricchezza, ma non benessere. C’è profitto, ma non ridistribuzione.
È la Verona dell’Arena, dei concerti lirici sotto le stelle, del Teatro Romano, ma è anche la Verona del divieto di consumare cibo seduti in centro, con tutti i paradossi del caso.
È la Verona di Romeo e Giulietta, la Città dell’Amore, che ha intelligentemente sfruttato l’arte per creare un brand redditizio, ma è anche la Verona che installa le panchine anti-bivacco per scoraggiare i senzatetto a dormire per strada.
È la Verona del centro pedonalizzato, ma a cui manca ancora un vero piano di rammendo infrastrutturale tra provincia e città, che di fatto si sviluppano e ragionano come realtà distinte, a volte in maniera inconciliabilmente opposta.

Da anni cerco di capire le numerose contraddizioni di Verona, che poi sono anche le mie, senza riuscire a darmi delle grandi risposte. Una provincia di tenore europeo che però non si sente europea. Una città baciata dal turismo, che non trova nell’accoglienza il suo punto di forza. Una città crocevia del commercio che decide di chiudersi al nuovo e al diverso. Una comunità con una storia e una tradizione millenaria, che però mortifica sistematicamente i luoghi e le forme di aggregazione sociale. Una società in cui l’individualismo e la solitudine generano un senso di soffocante accerchiamento.
Ognuno di noi si sente sempre più isolato, incapace di ascoltare gli altri e di dimostrare empatia nei confronti di chi ci sta a fianco, ognuno cura il proprio orto trascurando la strada che passa di fronte e ognuno vede il proprio interesse – che è legittimo – incurante del fatto che in una società forte sono necessari strumenti di solidarietà che ridistribuiscano la fortuna creando opportunità per gli altri.

Sotto molti aspetti, Verona avrebbe le potenzialità per diventare una delle capitali europee. È lo snodo commerciale più importante del sud Europa, una città di storia e cultura tra le più antiche e sorge in una posizione strategica che le garantisce un clima collinare e mite: in pianura, all’imbocco della Valdadige, vicina al più grande lago d’Italia e a due passi dalle montagne. Negli ultimi vent’anni le vallate tra le prealpi veronesi sono diventate la patria del buon vino, rendendo l’intera provincia una delle più note mete enogastronomiche d’Italia e il turismo che non confluisce in città, fa spola tra il Lago di Garda e la Lessinia. Siamo insomma bravissimi a curare i nostri interessi. Un dato su tutti: il tasso di disoccupazione negli anni della crisi è oscillato attorno al 4%, il più basso di tutto il Veneto. Per quanto possa essere sottostimato è comunque l’indicatore di una vivacità economica invidiabile, in grado di fronteggiare anche fluttuazioni globali del mercato.

La Valpolicella, con un fatturato vinicolo di oltre 550 milioni di euro. In provincia di Verona si producono cinque vini DOCG e nove vini DOC. [Credits: NuKeglus – originally posted to Flickr as IMGP1429, link, CC BY-SA 2.0]

Come è possibile che, a fronte di tutta questa ricchezza, in una terra di bellezza paesaggistica e architettonica, trovino dimora la diffidenza, l’intolleranza, la prevaricazione, la rabbia? Sarebbero più comprensibili, forse, laddove regna l’indigenza, laddove le persone non hanno accesso ai servizi minimi, laddove i cittadini si sentono abbandonati dalle istituzioni. Certo, come abbiamo già detto, da queste parti “ognuno fa per sé”, e se la lista d’attesa all’ospedale è troppo lunga, la maggior parte di noi può permettersi una visita in libera professione. Ma perché ognuno fa per sé? Perché non riusciamo a sviluppare una vera rete solidale? E perché non ce ne stiamo preoccupando? Perché non abbiamo questa abitudine all’ascolto? In quali luoghi, con quali tempi stiamo costruendo relazioni positive?
La mancanza di luoghi ricreativi organizzati è forse uno dei più grandi talloni d’achille di questa provincia. Il ruolo che una volta era svolto dai circoli Arci, dai centri parrocchiali dell’Azione Cattolica o addirittura dalle sezioni dei partiti non è stato rimpiazzato. E non sono rare le storie di associazioni e gruppi che faticano ad avere patrocini, sostegno e agevolazioni da parte dei comuni. Solo io potrei citare una decina di progetti – festival, iniziative culturali, ambienti di ritrovo – chiusi dopo essere stati isolati o addirittura ostracizzati. Ma perché?

Forse molto passa da noi, come singole persone. Da quello che, per agiatezza o abitudine, oppure addirittura per la stanchezza imposta dai ritmi produttivi di oggi, abbiamo smesso di chiedere e, soprattutto, di costruire.

La Verona in cui credo è una Verona di ampio respiro. Una società aperta in cui l’intraprendenza non viene mortificata. Una società che rispetta gli imprenditori e il capitale e non dimentica gli ultimi.
La Verona in cui credo è baluardo di sviluppo sostenibile, coinvolgendo i produttori vitivinicoli nella promozione del territorio e nella tutela del’ambiente.
La Verona in cui credo costruisce un teatro pubblico e un auditorium in ogni comune e apre gli spazi chiusi e dismessi per darli alle associazioni.
La Verona in cui credo si occupa di rammendare la provincia e la città, aumentando i mezzi di comunicazione, i trasporti pubblici e creando ponti anche con le piccole comunità satellite.
La Verona in cui credo è la capitale italiana del sociale e investe massicciamente nei servizi assistenziali ai bambini e, soprattutto, nell’accompagnamento degli anziani.
La Verona in cui credo, non ha paura dell’immigrazione. Una paura che è solo il sintomo della fragilità del nostro stare insieme, il segno di una comunità frammentata in tante isole che non si parlano o che – ancora peggio – si parlano addosso.

Piacenza, l’asilo dai 3 ai 90 anni dove anziani e bimbi si prendono per mano

PIACENZA. Alcuni hanno quasi un secolo, altri soltanto tre anni. Sono l’inizio e l’autunno della vita. A Piacenza c’è un asilo dove gli estremi si incontrano e vecchi e bambini “crescono” insieme. Dove la lentezza è un dono. C’è Fiorella che ha 87 anni e Stefano e Carlo che vanno al nido.

Mi piacerebbe che nei prossimi anni il motto della nostra terra fosse “nessuno deve rimanere solo”: una sfida culturale per debellare l’individualismo, ma anche la solitudine e l’isolamento sociale e mentale a cui ci stiamo autocondannando.
Non so quanto tempo ci vorrà per combattere questa deriva, ma è evidente che non basterà scrivere delle parole nero su bianco, né sarà sufficiente sommare tante belle singole iniziative. Bisognerà trovarsi, parlarsi, ma soprattutto agire insieme.

A chi non vuole arrendersi, a chi teme la parte peggiore di sé, a chi crede a una Verona diversa che possa ancora una volta precorrere i tempi, questo appello è la mia mano tesa.

 

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