[Dalla copertina dell'album Homeward Bound di Simon e Garfunkel]

Nel rumore non si sentono i silenzi

Questo post non parla di politica. Questo post parla di noi, di come affrontiamo le paure e di come coltiviamo la speranza. Di come ci aggrappiamo agli altri perché vogliamo sentirci al sicuro. Di come costruiamo il nostro stare insieme.

Roberto Saviano è un giornalista che da anni racconta come il sistema economico del nostro paese sia legato alle organizzazioni mafiose, in particolare alla camorra. A causa di questo, ha subito e continua a subire minacce di morte e dal 2006 è soggetto a un protocollo di protezione. Lo Stato, cioè noi tutti, ha deciso di proteggerlo dalla criminalità organizzata.
Oltre a questo Saviano è un attivista politico. Non di rado assume delle posizioni su argomenti di attualità e racconta come la pensa. Negli scorsi anni io non ho condiviso tutte le opinioni politiche di Saviano. Ma le sue opinioni politiche – o le mie – nulla c’entrano con il lavoro giornalistico di Saviano per raccontare la criminalità organizzata, né con le minacce di morte che riceve. Dico una banalità, ma è giusto dirsi anche le banalità.

Quello che diciamo ha infatti un peso. Pesa su coloro a cui ci rivolgiamo, pesa su chi ci ascolta e, tra le altre cose, pesa su di noi.
Non sto parlando del politically correct, non sto parlando d buonismo (qualsiasi cosa sia). Sto semplicemente dicendo che quello che diciamo è molto più di una parola al vento, perché sono le parole che creano le relazioni.

Matteo Salvini è un politico italiano ed è una persona che ha capito quanto pesano le parole. Ha costruito la propria carriera con un linguaggio aggressivo e schietto e, dice, ha a cuore gli italiani prima, gli altri poi.
Oltre a questo Salvini è il Ministro dell’Interno italiano. Da Ministro non ha perso la sua abitudine di girare l’Italia e rilascia quotidianamente dichiarazioni molto forti e incisive. Negli scorsi anni non ho condiviso tutte le opinioni politiche di Salvini. Ma le sue opinioni politiche – o le mie – nulla c’entrano con il diritto (e il dovere) di Salvini di operare come meglio crede al servizio del nostro stato, cioè di tutti noi.

Oggi Salvini dice che valuteranno se togliere la scorta a Saviano. Una dichiarazione totalmente fuori contesto a cui sta seguendo una reazione generale di indignazione.
Tre giorni fa Salvini aveva annunciato un censimento etnico della popolazione rom in Italia. Anche questa una dichiarazione fuori contesto e, nuovamente, grande indignazione generale.
Ed è passata solo una settimana da quando Salvini aveva detto che la vicenda di Giulio Regeni, lo studente italiano ucciso in Egitto, non era prioritaria. Molti si sono indignati, ovviamente.
E solo pochi giorni prima Salvini aveva impedito a 628 persone di sbarcare in Italia e di ricevere le necessarie cure mediche. Di quel “È finita la pacchia” ne abbiamo parlato per una settimana, quasi dimenticandoci di quelle 628 persone e trascurando completamente che nelle stesse ore altre centinaia di migranti erano stati soccorsi e portati in Italia dalla Marina italiana e dalla guardia costiera.

Ogni volta che Salvini usa le parole, noi ne parliamo. Tra chi è favorevole e contrario, tra chi vorrebbe toni più pacati e più duri, tutti ci sentiamo chiamati in causa, ne discutiamo, ci accusiamo a vicenda e ci dividiamo.

È la strategia del rumore.
Ogni giorno c’è un argomento di dibattito nuovo.
Ogni giorno c’è un motivo per dividersi.
Ogni giorno c’è un pretesto per evidenziare l’ignoranza e la stupidità degli altri.
Ogni giorno indeboliamo il nostro stare insieme.

La strategia del rumore si basa su un’idea molto semplice, ossia che nella confusione generale, nel frastuono, non c’è il tempo di orientarsi e di pensare. Nel rumore, infatti, non si sentono i silenzi.
Ma solo nel silenzio ci si ascolta. Solo nel silenzio si sta insieme.
Senza silenzi ci parliamo tanto, ma non ci diciamo niente.

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