The Wire e Breaking Bad (con alcuni spoiler)

The Wire e Breaking Bad (con alcuni spoiler)

Con questo post mi unisco anch’io alla lunga lista di recensori di serie tv. Non tanto perché se ne senta il bisogno, ma perché finalmente sto finendo una dopo l’altra le varie serie che ho iniziato e alcune di queste stanno cambiando il rapporto che ho con i prodotti televisivi.
Questa volta tocca a The Wire della HBO e Breaking Bad della AMC, probabilmente – non a detta mia, anche se sono profondamente d’accordo – le due serie tv più belle che siano mai state scritte.
Prima di dirvi quale preferisco e perché, cominciamo con una doverosa premessa: queste serie tv vanno viste in lingua originale.
Capiamoci, non sono un cultore della lingua originale sempre e dovunque. L’Italia ha una grande scuola di doppiatori con talento indiscutibile. Pannofino (Denzel, Washington, George Clooney, Tom Hanks), Amendola (Dustin Hoffman), Rossi (Michelle Pfeiffer, Emma Thompson), Colizzi (Uma Thurman), Di Meo (Meryl Streep) sono voci che difficilmente riusciremmo a sostituire, ma ci sono due considerazioni da fare.
La prima è che la qualità della recitazione nelle serie tv ha raggiunto livelli quasi superiori al cinema mainstream. Agli attori è richiesto di caratterizzare i personaggi con estrema profondità e i risultati sono eccellenti. Penso alla formidabile interpretazione di Bryan Cranston in Breaking Bad (ci arriviamo) o allo splendido lavoro di Tatiana Maslany, impegnata in quattro diversi ruoli principali in Orphan Black. Interpretazioni degne del miglior Heath Ledger (<3).
La seconda è che, sempre più spesso, le emittenti puntano a ricreare l’atmosfera degli ambienti tramite l’utilizzo di gerghi locali e precisi registri linguistici. Vale per i sobborghi di Baltimora in The Wire così come per i latinos di Breaking Bad. Non è solo una questione di modi di dire o sfumature linguistiche, che nella traduzione vanno inevitabilmente perse, ma anche di suono, che ha un ruolo fondamentale: in The Wire sarà addirittura la voce del protagonista (ci arriviamo).
Perciò, per quanto voglia bene a Stefano De Sando (De Niro), Francesco Pezzulli (Di Caprio), Anna Cesareni (Bullock) o Francesco Prando (Craig), rispettivamente nei ruoli di Walter White, Jesse Pinkman, Kima Greggs e Jimmy McNulty, non c’è confronto tra la versione inglese e quella italiana.

Cominciamo dunque la recensione parlando di The Wire. Una serie tv veramente ben scritta. La prima stagione parte come un semplice poliziesco raccontando le vicende del detective Jimmy McNulty e dell’unità investigativa major crimes guidata dal tenente Daniels, ma nel corso delle stagioni la prospettiva cambia, si amplia. Ciò che si capisce chiaramente nell’ultima stagione è che il protagonista della storia non è Jimmy McNulty, né l’unità investigativa major crimes. Il protagonista è la città di Baltimora (capite ora che se il protagonista è la città, è inevitabile che la sua voce passi attraverso i suoni, le parlate e i registri linguistici delle classi sociali che la compongono). I detective di polizia che colpiscono lo spaccio nei corners o che indagono sugli omicidi a West Baltimore, su cui si focalizza la prima stagione, sono solo il lembo di un ritratto ben più ampio che coinvolgerà politici, capi di polizia, crimine organizzato, imprenditori, giornalisti, avvocati, sostituti procuratori, gangster, sindacati, scuole e università. Il volto della città viene mostrato stagione dopo stagione tessendo una trama onestamente complessa, che segue però una legge estremamente lineare: le azioni di chiunque influiscono sulle reazioni della società. C’è dunque il sindaco neoeletto, deciso a contrastare la criminalità, che si troverà a scegliere tra pagare gli insegnanti o la polizia, il delegato sindacale pronto a tutto per salvare dei posti di lavoro, anche ad arrichirsi, i capi di polizia, costretti a diminuire il tasso di criminalità senza i mezzi necessari, gli investigatori capaci, quelli svogliati e quelli corrotti, il Senatore finanziato dal crimine organizzato, ma indispensabile alla città per recuperare fondi federali, l’informatore di polizia che prova a cambiare la propria vita, i bambini dei quartieri di Baltimora, studenti la mattina e spacciatori al pomeriggio. Uno spaccato di realtà affascinante ed impietoso, che racconta un sistema non poi così corrotto: semplicemente non funzionante, troppo in balia di scelte personali, ancor prima che politiche. Emerge chiaramente nell’ultima puntata che i personaggi totalmente negativi, così come quelli indiscutibilmente onesti sono molto pochi e che tutti gli altri non hanno fatto scelte poi così insensate, anche quando è finita male. Certo, ci sono ottimi personaggi: Lester Freamon è lo zio saggio che tutti vorremmo avere, Pryzbylewski il poliziotto che vorremmo essere e Jimmy McNulty l’abbiamo amato, invidiato e anche disprezzato per il suo vivere squilibrato tra donne, genio investigativo e alcool. Nessuno di questi, però, spicca sugli altri. Nessuno rimane nel cuore più degli altri. Ed è un bene perché alla fine della serie ci mancano tutti, indistintamente, buoni o cattivi che siano. Ci manca Baltimora, insomma.

E ora, sedetevi comodi, tocca a Breaking Bad.
Si sarà capito già ora che preferisco Breaking Bad a The Wire. Vi spiegherò ora i motivi, anche se ritengo che sia impossibile confrontare direttamente le due serie: la prospettiva è troppo diversa per ammettere paragoni fatti con il bilancino. Che piaccia di più l’una o l’altra, sono comunque due capolavori.
Dicevo, tocca a Breaking Bad. La storia è nota. Prima puntata: Walter White, professore di chimica del liceo – una moglie incinta, un figlio adolescente con disabilità, un secondo lavoro in un autolavaggio – sviene. Portato all’ospedale, gli diagnosticano un tumore polmonare con un’aspettativa di vita di due anni. Nella speranza di trovare un modo per pagarsi le cure senza compromettere l’economia familiare, decide di nascondere alla moglie la malattia. È a questo punto che, durante un’avventura con il cognato, agente della DEA (antidroga), scopre che un suo ex studente è uno spacciatore. Lo rintraccia e gli propone un accordo: io, esperto di chimica, produco, tu vendi (“I cook, you sell”).
Parte quindi l’avventura di Walter White nel mercato della droga. Un’epopea che non ho paura di associare alle grandi tragedie greche. L’impacciato e premuroso professore di chimica, nel tentativo di aiutare sé e la sua famiglia, viene trascinato in una spirale di eventi che lo trasformano, puntata dopo puntata, in Heisenberg, il suo alter ego, spregiudicato criminale senza moralità né rimorsi. Eppure la spirale non sarebbe inevitabile: la trasformazione è lenta e percettibile. Ma mentre Walter continua a mentire a sé stesso, Heisenberg sceglie di perdere tutte le occasioni per fermarsi e redimersi: è Heisenberg, non Walter, a fare le scelte.
Le occasioni sono così tante che il punto di non ritorno viene raggiunto solamente alla terzultima puntata della serie: Ozymandias. Solo dopo la morte del cognato Hank ci si rende conto che tutto è perduto e che per Walter White non ci può essere più redenzione. Il finale, a quel punto, è già scritto e le ultime due puntate scorrono come titoli di coda, quasi a darci il tempo di salutare Walter come si deve.
Ma oltre alla storia, imprevedibile, creativa ed estremamente ricca di scenari, situazioni e risvolti, sono molti i fattori che contribuiscono al successo di questa serie.
Innanzitutto l’estrema caratterizzazione dei personaggi. Di ogni personaggio viene presentata la psicologia, il modo di pensare. Alcuni sono molto statici (Hank, Saul), altri invece sono in continua evoluzione (Walter, Skyler, Jesse, Marie) e i cambiamenti, anche quando profondi, sono lenti, segnati da precisi momenti nella trama, individuabili con precisione analitica. A questo si somma un livello di recitazione assolutamente straordinario, Bryan Craston su tutti, ma è difficilissimo scegliere il secondo miglior attore (Perché Bryan Cranston su tutti? Se non avete visto la serie, guardate questa scena, che riassume intensamente ciò che fa Cranston durante tutte e cinque le stagioni: Walter White, costretto a fuggire, torna a casa per recuperare la famiglia e i soldi. I soldi, però, non ci sono più. Ecco come reagisce).
Una menzione di merito, poi, va alla regia. Il bilanciamento tra piani e campi è perfetto. Le inquadrature sono oggettive quando la storia evolve e soggettive quando seguono le azioni di routine dei personaggi. (Insomma, ci sono un sacco di POV). La saturazione a colori caldi è usata, intelligentemente, quando la scena è ambientata nel deserto messicano e molte transizioni tra le scene sono sonore. Esempio: una scena finisce con l’aspirapolvere che si accende, quella seguente comincia con un frullatore che si spegne, ma il suono è continuo.
A completare l’opera, numerosi simboli cromatici (Marie veste spesso il viola, Skyler l’azzurro, Jesse il rosso), richiami (come i pantaloni di Walter nel deserto che ricompaiono nell’ultima stagione), easter eggs (il pupazzo rosa, premonitore della morte di Gus) e alcune chicche imperdibili: la canzone all’inizio della puntata Negro y Azul (bello il titolo, eh? Black and blue) e questa stupenda scena con Gale e Gus.
Tutti questi elementi rendono Breaking Bad una serie tv ricca di pathos, dinamica, spietata e tragicamente ironica.

Se non avete visto The Wire e Breaking Bad, guardatele. Lo meritano.

 

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